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Tu quoque

Com’è  difficile, a volte, confrontarsi con qualcuno che la pensa in modo diverso rispetto a noi. Se poi il tema ci sta particolarmente a cuore perché tocca la nostra scala di valori, o perché ci riguarda direttamente, l’impresa si fa ancora più ardua. Non si tratta più di riflettere su un argomento ma di difendere una posizione con la quale ci siamo identificati. Ci ritroviamo quindi a difendere noi stessi da chi, presumiamo, ci sta attaccando. Difesa-Attacco. Il linguaggio diventa bellico. L’Altro non è più un interlocutore, ma diventa un vero e proprio nemico da sconfiggere. A questo slittamento assistiamo pressoché quotidianamente: basta scorrere i commenti ad un qualsiasi articolo postato sul web, o dare uno sguardo ai vari botta e risposta tra politici, vip, intellettuali che popolano la piazza virtuale.

Ma non solo, anche nelle interazioni dal vivo capita spesso di rilevare con quanta facilità si esca dall’oggetto della discussione e si sposti il focus sui soggetti implicati nella stessa, con lo scopo di screditarli sottolineandone eventuali incoerenze personali e talvolta anche umiliarli. In poche parole, distruggere il nemico.

Non a caso questa strategia retorica si chiama Argumentum ad personam. Lo scopo è quello di far leva sulle caratteristiche dell’Altro – ciò che è, ciò che fa o ha fatto, le circostanze in cui si trova- per invalidarne la tesi sostenuta. Questa modalità  sterilizza totalmente la discussione perché l’argomento non è più centrale, lo è la baruffa che ne scaturisce.

Gli elementi utili alla discussione non possono emergere perché restano invischiati nelle reciproche invettive e l’attenzione viene totalmente deviata su un piano, quello personale, che nulla ha a che fare con il tema trattato.

Questa fallacia, oltre a non portare alcun contributo al dibattito – e dunque nessuna crescita, nessuna possibilità di trovare soluzioni alternative a un problema – apre le porte ad un fenomeno drammaticamente in crescita: quello della violenza verbale, dell’hate speech. Un fenomeno che, grazie alla diffusione dei social, produce conseguenze anche gravi nella vita delle persone che lo subiscono.

Gli argomenti, le tesi, si possono e in certi casi si devono smontare. Le persone no.

Chi sceglie di percorrere la strada della squalifica dell’Altro a sostegno di una propria opinione, probabilmente si sentirà appagato per “avergliele cantate”, per averlo umiliato magari pubblicamente. Magari penserà di aver vinto la sua piccola battaglia quotidiana in difesa di qualcosa, ma non è così. Ha unicamente contribuito ad intorbidire le acque. Con la sua incapacità di argomentare non ha soffocato solo la tesi del suo interlocutore, ma anche la propria. Si è deprivato autonomamente dell’opportunità di spiegare per quali ragioni la pensa proprio in quel modo e, cosa ancora più grave, si è sottratto alla possibilità di avere elementi in più su cui riflettere, di ampliare il proprio campo e di ottenere quindi una visione più strutturata dell’argomento.  Tutto sommato, una bella sconfitta.