download

Stereotipi e violenza di genere

Gli stereotipi di genere definiscono come si è e come si deve essere e hanno, pertanto, il potere di condizionare profondamente l’individuo che automaticamente cercherà di adeguarvisi, pur di sentirsi riconosciuto all’interno della società.

Tradizionalmente l’ uomo che incarna lo stereotipo maschile deve essere forte, competitivo, aggressivo, vincente ed in grado di esprime un potere (etero)sessuale. In una parola, virile.

Egli deve possedere tutte quelle caratteristiche che sono “proprie del maschio” e, in quanto tali, in netta antitesi a quelle ritenute proprie del genere femminile (debolezza, dipendenza, accoglienza, fragilità emotiva e scarsa capacità di giudizio).

Il sistema patriarcale “funziona” perché queste caratteristiche appaiono complementari.

Impietosa è la critica sociale quando l’individuo, per indole o scelta, si discosta da questi canoni. Si pensi al ragazzo che manifesta le proprie emozioni e viene definito “femminuccia” o “finocchio”. Allo stesso modo la donna che rifiuta lo stereotipo è un maschiaccio, una lesbica, oppure una ragazza “acida”, termine che definisce qualcosa di sgradevole e avariato, qualcosa di sbagliato.

I maschi devono quindi essere in grado di dimostrare di esserlo, pena il biasimo. Per questa ragione anche gli uomini subiscono una forma di oppressione, essendo anch’essi ingabbiati nello stereotipo.

“Il privilegio maschile trova la sua contropartita nella tensione che ogni uomo sperimenta per affermare quotidianamente la sua mascolinità”[Volpato, 2014 cit.]

Ma quali sono le conseguenze psicosociali di una tale spinta alla mascolinità? Gli uomini che sentono il dovere di rafforzare un modello potente, dominante e aggressivo sviluppano sentimenti di ansia, frustrazione, paura del fallimento e rabbia.

Si pensi, ad esempio, all’impatto che questo ideale ha sul riconoscimento e sull’accettazione della propria o dell’altrui eventuale omosessualità, considerata inconciliabile con lo stereotipo maschile; si pensi anche all’umiliazione che può provare un uomo che si trova a non essere in grado di contribuire al mantenimento della propria famiglia e quindi a non sentirsi, come prevederebbe il modello patriarcale, la parte trainante della coppia. O più semplicemente, pensiamo a come si debba sentire un adolescente nei suoi primi timidi approcci con l’altro sesso.

A rendere ancora più complessa la situazione è il distacco emotivo che i maschi imparano ad attuare sin dall‘infanzia. A loro viene chiesto di essere forti, di non piangere. Emozioni come la tristezza, il senso di solitudine e la paura vengono represse perché considerate imbarazzanti per un maschio. La rabbia, invece, viene considerata in linea con il genere maschile, e quindi considerata legittima. A quante bambine, invece, viene insegnato che “non sta bene arrabbiarsi”?

Per essere “veri uomini” occorre, dunque, non manifestare le proprie debolezze, mai mostrare segni di vulnerabilità e men che meno chiedere aiuto.

L’inibizione degli uomini nel darsi il permesso di provare ed esprimere emozioni considerate troppo femminili, porta in taluni casi ad attuare meccanismi di evitamento e a “compensare” con comportamenti iper-mascolinizzati, non-adattivi e spesso distruttivi [Courtenay, 2003].

Uno studio del 2005 della Cornell University sul meccanismo della sovracompensazione maschile (ovvero l’idea che uomini insicuri circa la loro mascolinità si comportino in un modo estremamente maschile come compensazione) rileva che gli uomini difficilmente tollerano che sia messa in discussione la loro identità di genere e rispondono alle provocazioni in questo senso, con aggressività, mettendo in atto atteggiamenti omofobi e profondamente maschilisti.

Le donne,invece, risultano essere molto più impermeabili al sentirsi attribuire caratteristiche maschili.

Questo perché lo stereotipo femminile negli ultimi cinquant’anni, a fronte dei mutamenti sociali avvenuti e in corso, ha subito anch’esso dei cambiamenti, mentre quello maschile è rimasto per lo più immutato. La donna ha dimostrato di sapersi muovere anche in ambienti che sino a non molto tempo fa appartenevano all’uomo, e di essere in grado di rivestire ruoli che vanno oltre a quelli domestici e di accudimento.

Il panorama contemporaneo è caratterizzato da quella che appare essere una inconciliabile incongruenza: da un lato la forma mentis patriarcale ancora radicata – nelle sue espressioni più o meno sottili – nei più profondi gangli del vivere quotidiano, e dall’altro una sempre maggior sensibilizzazione verso il problema, che va di pari passo con una lenta ma progressiva consapevolezza, da parte delle donne, dei loro diritti e del loro valore.

Due tendenze in conflitto che, per la prima volta, mettono in discussione quella “complementarietà” di differenze, quella netta definizione dei ruoli, che gli stereotipi attribuiscono al genere maschile e a quello femminile.

E’ vero che la violenza di genere è sempre esistita, ma è altrettanto vero che l’attuale scenario socioculturale in cui nasce e matura ha subito diverse trasformazioni, a partire dai protagonisti stessi della relazione.

Se la donna, a differenza di quanto accadeva in epoche passate, ha sviluppato una sempre maggiore autonomia e volontà di scelta, l’uomo appare incapace di tollerare ed adattarsi a questa nuova figura più consapevole, libera ed autonoma.

Si può quindi supporre che la violenza maschile scaturisca in buona parte da una fragilità, un senso di impotenza generato dalla difficoltà di accettare il desiderio di libertà della donna, la sua forza, dalla cui evoluzione sociale è insita la graduale demolizione di tutti quei precetti che da secoli hanno costituito il potere dell’uomo e la sua identità.

I violenti sono uomini che reagiscono al loro senso di impotenza auto-affermandosi in una massima, distruttiva, espressione d’ onnipotenza: quella di disporre della vita (attraverso dinamiche manipolatorie, percosse, minacce e stalking) ed eventualmente decidere della morte della loro partner. Sono uomini, insicuri della loro mascolinità e dipendenti dalla sottomissione della donna, che proprio nella sua volontà di indipendenza si sottrae al ruolo primario, quello di confermare il potere e l’identità del partner e pretende di essere riconosciuta come identità distinta, in evoluzione, che si autodetermina nel mondo. Un soggetto, non un oggetto utile alla sopravvivenza emotiva e sociale dell’uomo.