giudicare

Giudicare, sempre giudicare

Ogni giorno siamo sottoposti a casi di cronaca, assistiamo a fenomeni e mutamenti sociali che ci pongono questioni, talvolta ci mettono in discussione e ci esortano a riflettere. Questo è senza dubbio un bene, un esercizio per allenare la nostra capacità di analisi e il nostro spirito critico. Purtroppo ciò a cui spesso si assiste, a fronte di notizie che “scuotono” la sensibilità comune, è qualcosa che poco ha a che fare con una più ampia visione di ciò che accade.

E’ una emorragia di giudizi impietosi espressi con sprezzante arroganza, un profluvio di soluzioni totalizzanti che, sempre più spesso, sfocia in veri e propri attacchi personali. In molti si sentono detentori di un’unica verità universale e in quanto tali, legittimati a imporre e diffondere il loro inopinabile pensiero.

Che si tratti di una critica all’abbigliamento o ad una scelta di vita, sino a tematiche più alte, pare che tutto debba condensarsi in uno scontro tra noi e gli altri, la gettonatissima e famigerata “gente”.

Questo perché il criticare, emettere un giudizio, ci definisce. Ci conferma, stabilendo un solido confine tra noi e l’altro, ed in questo spazio ci sentiamo rassicurati, perché siamo“dalla parte giusta”, siamo ok.

Se ti dico che sei troppo grasso, implicitamente mi colloco tra i magri… o tra gli “accettabilmente grassi”. Se ti critico per quel tuo vestito, significa che posso farlo poiché mi riconosco un bello stile. Se giudico aspramente la tua condotta, la mia morale è salva.

Inoltre, se tutti la pensassero come noi allora sì che il mondo, ci ripetiamo, sarebbe un posto migliore. E in un certo qual modo è proprio così. Il nostro mondo sarebbe un posto privo di conflitti in cui sentirsi sempre adeguati ed apprezzabili. Ci sentiremmo come un orologio dagli ingranaggi sempre ben oliati che non sgarra mai di un minuto. Finché un granello di ruggine non comincerà a insinuarsi, ricordandoci che nulla è immutabile e rendendo il nostro meccanismo un po’ meno efficiente.

Un antico proverbio orientale dice che quando punti il dito verso qualcuno, ti ritrovi con ben tre dita puntate verso te stesso.

Se abbiamo così tanto bisogno di confermarci criticando gli altri non è che per caso, sotto sotto, ci sentiamo un po’ insicuri? Magari nel comportamento di chi ci sta di fronte c’è qualcosa che ci appartiene, che ci risuona e da cui vogliamo mantenere le distanze di sicurezza.

Magari si tratta proprio di quel granello di ruggine, che se ci diamo il permesso di riconoscere può permetterci di essere meno intransigenti verso l’altro e soprattutto verso noi stessi.